Solamente quando il sole risplenderà fulgido e radioso nel tuo cuore libero, allora la sua luce non tramonterà mai più.
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Aveva scelto di dare il suo eterno amore a colui che non l'avrebbe mai tradita: quell'amore umano che l'aveva usata un tempo, maltrattata ed imbrattata con l’inganno, il piacere e la cupidigia, materialmente e perversamente in gioventù, era stato sostituito così nella maturità con l'amore divino, quello candido, vero, eccelso, sacro, quello che l'avrebbe finalmente purificata e ricambiata per sempre. Doveva solamente essere la sua serva, indossare lo stesso abito, adorarlo in ogni modo con le liturgie, pregarlo quotidianamente con le giugulatorie, prostrarsi dinnanzi alle sue effigie e difenderlo strenuamente, con la sua stessa vita, senza metterlo mai in discussione. Non aveva mai visto che l'amore umano e quello divino hanno però la stessa mano, soffrono della stessa illusione, precipitano negli stessi orrori e sono partoriti dalla stessa mente.
È strano osservare nei monaci, nelle suore, nei preti e nelle persone devote al signore che venerano, indossando sempre quelle stesse vesti, come la loro iniziale vocazione passionale d’amore verso quel dio che li ha scelti, venga con il tempo assorbita dalla meccanicità, dall’insensibilità, dalla brutalità, dalla rudezza, dall’austerità arrogante e brutale del servigio obbligato ed imposto dalla fede per l’intera vita e forse anche dopo, che rende la negata verità della falsità dell’amore di sé stessi, un veleno che ammala.
Dio ha creato l'uomo o l'uomo ha inventato dio?
Chi pone questa domanda? Il cristiano? Il buddista? Il sufista? L'ateo? Il musulmano?
Questa domanda non dovrebbe essere posta da uno sfondo che non derivi da una certa influenza?
Non occorre una libertà totale da qualsiasi credenza, prima di porsi questa domanda?
Senza quella libertà, senza quello stato profondamente umile del non sapere, che è virtù, la domanda non avrebbe già una direzione verso una data risposta nota?
Siamo in grado dunque di mettere da parte qualsiasi cosa certa, qualsiasi credo, qualunque scritto, ogni fede, qualsivoglia illusione e non pretendere immediatamente una risposta?
Solo allora l’indagine può avere inizio, perché non è colorata dalla conoscenza.
Che cos'è l'uomo? Corruzione, avidità, ingordigia, confusione, contraddizione, invidia, violenza, crudeltà, lotta, conflitto, pretesa, meschinità, tedio, dolore, sofferenza.
Non è forse tutto questo l'uomo?
Alla costante ricerca di sicurezza e di infinito appagamento?
Se un dio d'amore avesse creato un essere così miserabile, quell'amore non sarebbe allo stesso tempo crudeltà?
Un dio che ama, può contraddirsi?
Può conoscere l'avidità?
Può essere davvero violenza?
Può oscillare tra amore e odio?
Se non può essere nulla di tutto questo, come può averlo creato?
L'amore può diventare forse brutalità?
L'amore può fondarsi per caso sulla meschinità?
L'amore è l’insulto del piacere?
O forse l'uomo, incapace di comprendere ciò che è, confuso e timoroso, avvolto dalla paura di non essere nulla, ha proiettato l'immagine di dio nella quale identificarsi per proteggere sé stesso e salvarsi?
Un comodo appiglio ed un interessante stratagemma per vivere nella speranza e continuare ad essere nel frattempo ciò che è?
Dunque l'uomo ha inventato dio, no?
Ha eretto templi, statue, cattedrali, moschee, palazzi; ha scritto libri, poemi, saggi, ma nessuna di queste invenzioni è sacra.
L'uomo ha inventato questo esclusivamente per proteggere sé stesso e la sua miseria interiore, per darsi sicurezza e continuità ed adorando tutto ciò, con i rituali, i dogmi e le superstizioni, non ha fatto altro che sublimare sempre sé stesso.
Così, tolse quell'abito, ripose le croci, mise da parte i rosari e le orazioni, fece un intenso sospiro ed osservò il suo pensiero iniziare a dileguarsi in un profondo e strano silenzio. Vide chiaramente le sue paure, gli orrori dell'amore umano che dà, solo per avere, fu consapevole dell’immane sofferenza interiore di non aver mai saputo amare, capì la tristezza di aver sempre chiesto di essere amata per la paura di restare sola, si rese conto del vasto dolore di essersi torturata con la colpa, con il peccato, con il digiuno, con l'astinenza, con la sottomissione, con la devozione, sino a quando il rumore del pensiero si placò completamente e con esso tutte le immagini che sinora l'avevano trucidata, compresa quella perfida di sé stessa, che l’aveva illusa e consumata sino a quel momento.
C'era un albero di pepe fuori la finestra della sua cella. Ascoltò il canto degli uccelli in festa che proveniva da quei rami mossi dal vento lieve: c'era una brezza tenera, dolce e delicata che li carezzava, un sole timido affacciato nella stanza che non aveva mai visto veramente ed un cielo sconfinato di cobalto che non aspettava altro che il suo sguardo puro ed intenso di libertà.
C'era davvero dio lì, nei cieli, nei canti, nel vento, nel tintinnio delle campane, nel suo cuore finalmente libero ed in quella vasta immensità che si era adagiata in quella stanza angusta, lì dove rimbalzava l’eco delle sue suppliche quotidiane: c'era forse sempre stata, ma lei era sempre stata distratta da quel dio che lei stessa aveva inventato, che doveva venerare per fuggire da sé stessa e che aveva obliterato sinora la vera castità che adesso l'aveva riempita totalmente: pianse senza saperlo e quelle, erano le prime lacrime linde e purificatrici dell’amore vero, non quelle che aveva spesso versato in passato, solamente però per sé stessa.